La Commissione Europea lancia il Digital Networks Act: un passo in avanti verso un mercato finalmente unitario?

A cura di Francesco Savo Amodio, Associate

Lo scorso 21 gennaio 2026, la Commissione Europea ha ufficialmente presentato il Digital Networks Act (DNA), una radicale proposta di riforma del quadro giuridico europeo delle reti digitali che – nelle intenzioni di Bruxelles – dovrebbe rappresentare un punto di svolta per l’intero settore, favorendo lo sviluppo di infrastrutture innovative e resilienti.

Tale iniziativa si pone al culmine di un lungo percorso di confronto sul futuro delle comunicazioni digitali in Europa, avviato nel 2023 con l’indizione di una prima indagine esplorativa e proseguito, nel febbraio 2024, con la pubblicazione del Libro bianco “Come gestire le esigenze dell’Europa in materia di infrastrutture digitali?”.

Modernizzazione e semplificazione sono i concetti chiave intorno ai quali si articola il testo da ultimo approvato, il cui obiettivo principale, a ben vedere, non è solo quello di incentivare la transizione dalle preesistenti reti in rame alle nuove infrastrutture ad alta capacità in fibra ottica, 5G, 6G o c.d. cloud-based, ma soprattutto di favorire l’affermazione di un mercato pienamente unitario a livello europeo, incoraggiando lo sviluppo di operatori e servizi di scala sovranazionale e attivi in molteplici Stati membri.

L’iniziativa in commento si pone, infatti, quale risposta alle sollecitazioni contenute negli studi strategici predisposti da Enrico Letta e Mario Draghi sul futuro del Mercato unico e della competitività europea, che hanno sottolineato la centralità del settore delle comunicazioni elettroniche per il futuro dell’Europa, ma anche la grave frammentazione che caratterizza tale mercato e i numerosi ostacoli alla capacità dei principali player di settore di operare a livello pan-europeo e di investire, innovare, crescere e competere su scala globale.

Invero, il quadro giuridico attuale, basato su di un modello di armonizzazione “debole” e sugli ampi margini di discrezionalità concessi agli Stati in sede di recepimento delle direttive sin qui adottate, ha favorito la definizione di condizioni generali di autorizzazione divergenti tra gli Stati membri e di un mosaico di requisiti nazionali che disincentiva le iniziative transfrontaliere, aumentando i costi di conformità e ritardando l’introduzione delle nuove tecnologie.

Come posto in luce anche dall’ulteriore report Safer Together – Strengthening Europe’s Civilian and Military Preparedness and Readiness, predisposto nell’ottobre 2024 da Sauli Niinistö, e, infine, dalla comunicazione della Commissione Bussola per la competitività dell’UE, del gennaio 2025 (COM(2025) 30 final), un’infrastruttura di rete digitale all’avanguardia è fondamentale non solo per la futura competitività dell’economia e per il benessere sociale dell’UE, ma anche per la sicurezza civile e militare del Continente. Assicurare agli utenti finali e al mercato la disponibilità di connettività di alta qualità, affidabile e sicura rappresenta, quindi, un obiettivo essenziale dell’Unione, che deve essere perseguito attraverso la valorizzazione e il rafforzamento delle capacità interne di quest’ultima, onde limitarne la dipendenza da soggetti terzi e aumentarne la resilienza e la capacità di autonoma risposta alle crisi.

In un panorama infrastrutturale che sta rapidamente evolvendo in direzione di una sempre maggiore integrazione delle telecomunicazioni, dei satelliti, del cloud e dell’edge computing, favorita dalla virtualizzazione e dall’intelligenza artificiale, la risposta europea si pone dunque in una prospettiva di maggior accentramento regolatorio, volto a superare gli ostacoli alla piena unificazione del mercato posti da prassi amministrative disomogenee o dall’imposizione, a livello nazionale, di condizioni o restrizioni non necessarie.

Non sorprende, quindi, che la proposta della Commissione abbia preso la forma di un regolamento, teso a realizzare una radicale semplificazione e uniformazione del quadro normativo in esame, riassumendo in sé, sostituendoli, ben quattro testi attualmente vigenti: il Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (CECE, oggi attuato in Italia tramite il d.lgs. 1° agosto 2003, n. 259), il Regolamento BEREC (UE 2018/1971), il Programma pluriennale relativo alla politica in materia di spettro radio (decisione n. 243/2012/UE) e larga parte del Regolamento sull’accesso ad un’Internet aperta (UE 2015/2120).

In quest’ottica, la prima novità di rilievo è di certo rappresentata dall’introduzione del c.d. “passaporto unico” per la fornitura di servizi di rete, vale a dire un procedimento autorizzatorio unitario che consentirà agli operatori di ottenere il rilascio, da parte di un singolo Stato membro, di una licenza valida su tutto il mercato europeo.

Similmente, la nuova proposta normativa dedica grande attenzione anche alla gestione degli asset strategici, quali lo spettro radio, le risorse di numerazione e le reti satellitari, con l’introduzione di licenze più stabili nel tempo (potenzialmente, anche a durata indefinita) e di strumenti unitari a livello europeo (mercato unico dello spettro, condizioni di autorizzazione comuni, procedure di sportello unico) atti a favorire la più ampia condivisione tra gli operatori e l’uso efficiente di tali risorse scarse, riducendo la frammentazione del mercato e consentendo lo sviluppo di reti e di servizi innovativi a livello pan-europeo.

Tali novità appaiono voler fornire slancio e sostegno normativo a dinamiche già in atto nel settore, ove la ricerca di sinergie tra operatori, specie nel comparto mobile, ha portato, più di recente, alla presentazione di piani di infrastrutturazione di ampia scala, come quelli posti alla base dell’accordo di Radio Access Network (RAN) sharing siglato da Fastweb/Vodafone e Tim all’inizio di quest’anno o di altre interessanti esperienze nazionali (si pensi a Zefiro Net, joint venture paritetica tra WindTre e Iliad operativa dal gennaio 2023) o straniere (come in Spagna, ove Orange e Vodafone hanno una lunga storia di sharing, oggi relativa anche alla tecnologia 5G).

Infine, tra i numerosi temi al centro del DNA, merita una menzione anche la previsione di specifici piani nazionali di transizione, volti a garantire la dismissione delle reti in rame e il completamento del passaggio alla tecnologia in sola fibra ottica entro il 2035. Anche in questo caso, il nuovo meccanismo operativo proposto mira a rafforzare il ruolo di coordinamento riservato alla Commissione, onde evitare disallineamenti a livello nazionale che aumentino l’incertezza per gli operatori e rallentino gli investimenti.

Malgrado l’ambiziosità del progetto di riforma, non mancano, tra gli operatori, ragioni di perplessità. In particolare, alcuni commentatori hanno evidenziato come il testo approvato dalla Commissione rappresenti, in realtà, un passo indietro rispetto ai propositi contenuti nel Libro Bianco del 2024, specie in relazione al cruciale tema della c.d. “fair share” (o network contribution), vale a dire la possibilità di imporre ai grandi fornitori di contenuti e applicazioni digitali di contribuire economicamente agli investimenti infrastrutturali necessari a sostenere il traffico di rete da loro stessi generato.

Il tema, molto controverso – anche per la sua potenziale incidenza sul principio della net neutrality e per le implicazioni nei rapporti tra l’UE e gli Stati Uniti (tanto da essere stato oggetto dell’accordo in materia di dazi, raggiunto la scorsa estate tra le due potenze) – è stato in ultima istanza affrontato dalla Commissione attraverso l’introduzione di un semplice meccanismo di conciliazione volontaria, affidato alle autorità di regolazione nazionali e volto ad agevolare gli accordi commerciali tra fornitori di connettività e i provider di contenuti digitali. Tale soluzione, tuttavia, se da un lato ha tradito le aspettative degli operatori di rete, che auspicavano l’introduzione di uno strumento di contribuzione obbligatoria a carico dei fornitori OTT, dall’altro, ha parimenti sollevato più di una critica da parte di questi ultimi, che vedono nell’introduzione del meccanismo di conciliazione un espediente potenzialmente in grado di favorire future scelte legislative o iniziative regolatorie miranti all’introduzione di vere e proprie tariffe di rete.

Ad ogni modo, il confronto sui molteplici profili dei quali si compone la nuova proposta è appena iniziato e, sebbene la direzione intrapresa dalla Commissione appaia delineata con nettezza, è necessario attendere l’esito del complesso iter legislativo europeo prima di giudicare l’effettivo grado di innovazione che il nuovo regolamento, una volta in vigore, sarà in grado di assicurare al mercato delle comunicazioni elettroniche.

Resta, tuttavia, l’auspicio che i tempi delle negoziazioni istituzionali in fase di avvio si mantengano coerenti con il rapido tasso di evoluzione tecnologica del settore in esame, onde scongiurare l’introduzione di misure oramai inattuali o inefficaci.

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